ESCLUSIVA METODO PRATICO | Intervista a tu per tu con il regista di Mare Fuori e della nuova serie evento Netflix
Dall’armatura del liceo militare al lavoro emotivo con i giovani allievi, fino al destino di Salvo: il regista Ivan Silvestrini racconta a Metodo Pratico i retroscena psicologici di Minerva e apre al futuro della serie.
Ci sono storie capaci di entrarci dentro e di essere ricordate, perché non sono solo storie, ma mostrano una parte nascosta di noi. Minerva, la nuova serie Netflix uscita lo scorso 22 settembre (prodotta da Roberto Sessa per Picomedia) è senz’altro una di queste, perché esplora non solo la facciata dei personaggi che vi ruotano attorno, ma anche la parte più profonda, più fragile, quella che si cerca di celare, per restare in tema, sotto “l’armatura“.
Ambientata in un liceo militare di Napoli, dove vige una disciplina d’altri tempi, i protagonisti sono chiamati a rispettare regole ferree, apprendere tattiche militari, hanno il divieto di usare i cellulari e soprattutto, sono costretti ad affrontare i propri demoni, le proprie paure. Quelle che neppure loro sanno di avere.
Per chi non l’ha ancora vista, protagonisti sono Salvo (Ciro Minopoli), ragazzo proveniente da una casa famiglia e in cerca di un amico scomparso in quella scuola, Camilla (Margherita Buoncristiani), giovane viziata mandata dal padre da Milano a Napoli per acquisire disciplina e Vincenzo (Biagio Venditti), che vuole seguire le orme del padre a livello di carriera militare. Ma un mistero aleggia nella scuola e riguarda proprio la scomparsa, in circostanze non chiare, di un caro amico di Salvo, Francesco Russo (Luigi Bruno). Cosa gli sarà accaduto?
Nel cast, oltre ai protagonisti principali, tra gli allievi della scuola ci sono anche Beatrice Savignani, Simone Secce, Giulio Brizzi, Nicole Malaj e Alicia Edogamhe. Il gruppo degli adulti è guidato da nomi d’eccellenza come Massimiliano Gallo, Cristiana Capotondi, Irene Maiorino, Raiz e Michele Rosiello.
Otto episodi intensi, ricchi di tensione e colpi di scena, che tengono fino all’ultimo sul filo del rasoio, anche grazie a una trama avvincente e all’impeccabile regia di Ivan Silvestrini, già noto al grande pubblico per il lavoro magistrale svolto con Mare Fuori. Ed è proprio a lui che Metodo Pratico ha voluto rivolgere alcune domande per andare più a fondo dietro le quinte di Minerva-La Scuola, facendo emergere quei retroscena che contribuiscono a dare anima alle scene che più ci fanno emozionare.
Dietro l’armatura: il significato psicologico dell’accademia militare in Minerva
In Minerva l’accademia militare sembra quasi un’armatura: fuori c’è ordine e disciplina, ma dentro i ragazzi affrontano una solitudine enorme e la paura di fallire. Come hai lavorato sulla regia per far sentire visivamente questo contrasto tra il rigore delle regole e il caos emotivo che hanno dentro?

«In effetti quello che tu dici, è proprio il principio su cui mi sono basato. L’estetica, l’impatto, le scenografie, un certo tipo di inquadrature anche abbastanza rigide creano un’ambientazione all’apparenza molto squadrata e inquadrata. Però poi, man mano che ci si addentra nella storia, c’è modo di far uscire fuori le verità che questi personaggi nascondono dentro: le loro fragilità.
Allora lì anche il linguaggio, sia visivo sia cromatico che musicale, si fa diverso. Ovviamente questo è molto più evidente in situazioni in cui i ragazzi possono effettivamente lasciarsi andare, festeggiare, gioire, ecc. Tale contrasto penso sia abbastanza evidente tra il dentro e il fuori della scuola, ma come dici tu, dentro c’è un ulteriore interno che è quello delle loro personalità che vengono più o meno nascoste, ma che in qualche modo fremono per uscire fuori come è naturale che accada a quell’età».
Il lavoro con il giovane cast: «Usate il vostro dolore per dargli un senso sul set»
I legami e le tensioni tra gli allievi, affinché il pubblico possa sentire tutta l’emozione, devono apparire autentici. C’è un retroscena sul lavoro con questi giovani attori? Magari una scena particolarmente difficile o un momento in cui li hai guidati a tirare fuori qualcosa che andava oltre il copione?

«Sì, beh, è capitato ed è capitato molte volte, in generale. Con questo cast, di cui molti erano alle prime esperienze, ho fatto in modo il più possibile che facessero squadra, frequentandosi anche parallelamente al set. Erano inoltre seguiti da un consulente militare a cui ho chiesto di trattarli come fossero degli allievi».
Il regista ha quindi adottato un approccio umano e profondo che si è esteso anche al di là della macchina da presa, per poter cogliere tutte le sfumature dell’animo umano.
«Ho cercato di conoscere questi ragazzi anche personalmente, e il clima di fiducia che si è creato ha fatto sì che, nel momento in cui vedevo che stavano per affrontare una scena che per qualche motivo risuonava o era delicata per loro, sapessi quanto potessi spingere. E sul set questa fiducia, che si era creata con alcuni di loro fin dai provini, è stata poi restituita.
E quindi, quando chiedevo loro di andare più a fondo, di non aver paura di donare alla scena qualcosa di personale, un po’ del loro vissuto, delle cose che li hanno fatti soffrire nella vita, ho detto: “Usatele queste cose, perché almeno gli date un senso”. Ecco, io questo dico sempre: “Se c’è qualcosa che ti ha fatto male nella vita, questa è la tua occasione per usarla e darle un senso” (ride, ndr). E quindi alcune scene molto forti nascono da questo approccio».
Minerva 2 si farà? Ivan Silvestrini fa chiarezza sulla seconda stagione
La domanda che i nostri lettori e la nostra community ci chiede continuamente: vedi già un futuro nella tua mente per Minerva? In sostanza, ci sarà una seconda stagione?
«Io ci spero e questo dipenderà, ovviamente, dal seguito che si creerà nelle prime settimane e poi si vedrà».
Dal carcere dell’IPM al collegio d’élite: le differenze tra Minerva e Mare Fuori secondo il regista
Dopo il grande percorso con Mare Fuori, ti ritrovi a raccontare un’altra ‘comunità chiusa’ di adolescenti, ma questa volta in un liceo militare. Quali paure o dinamiche interiori hai ritrovato identiche tra questi ragazzi e quelli dell’IPM, e dove invece reagiscono in modo completamente diverso?

«È vero che questa è una scuola militare, è vero che la disciplina in ambito militare ha un peso importante, ma non è una scuola che porta solo verso l’ambito militare, le possibilità al termine sono molteplici. In generale, i ragazzi, a differenza di Mare Fuori, sono qui perché vogliono essere qui.
Ora, chi ha visto la serie sa che sono qui per ragioni diverse. Alcuni non volevano propriamente essere lì, per alcuni questa scuola è una sorta di punizione. Però non è una punizione causata da atti criminali come in Mare Fuori. In questa serie si parla molto del rapporto con le famiglie, perché chi sceglie di entrare in una scuola del genere, spesso lo fa poiché sente che la famiglia vuole che questo sia il suo percorso.
Nel caso di Camilla, ad esempio, è un’occasione per lavorare su delle parti di se stessa. È una ragazza in cerca di attenzioni che non riceve dai genitori, ne combina di tutti i colori e si è creato, con loro, un rapporto conflittuale, mentre lei vuole soltanto essere vista.
La cosa particolare di questa scuola, che per certi versi è un po’ come Mare Fuori, è che stando lì anche per ragioni diverse, vivendo tutto il tempo insieme (comunque si tratta di una sorta di collegio, quindi si dorme anche lì) si crea una specie di seconda famiglia.
Lo stesso Salvo (che è il protagonista ed entra per tutt’altre vicende nella scuola), è quello che ne esce più cambiato. Lui viene da un contesto veramente difficile, con una madre che lo costringe a spacciare. Insomma, situazioni al limite. Lì trova una nuova famiglia, amicizie, amore. Capisce che il fatto che tu sia nato in un determinato posto non significa che tu appartenga a quel posto».
P.S.
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